A giorni il nuovo bando del IV Premio di Letteratura “VITA VIA EST” dedicato alla memoria del Prof. Antonio De Francesco

Prof. De Francesco Antonio

CHI ERA IL PROF. ANTONIO DE FRANCESCO?…

Cenni biografici sulla vita di Antonio De Francesco

Scultore Accademico, Professore e Architetto

A cura del Nipote Ing. Antonio De Francesco

1.     La Famiglia: gli eventi principali

Nasce a Giarre (Ct) il 27 febbraio 1875 da Rosario De Francesco e Francesca Contezza.

Ebbe tre fratelli: Caterina (deceduta infante), Nunzio e Salvatore (di 12 anni più giovane).

In un documento autografo del 27.02.1955, egli fa risalire la sua famiglia “all’antico stato economico e civile dei De Francesco-Marano”.

Nel 1911 muore la madre Francesca, già vedova da tre anni.

Sposa in prime nozze Maria Grasso (nata a Giarre il 12.08.1882), vedova Rapisarda, dalla quale ha tre figli:

  • Francesca (Ciccina) nata a Giarre (Ct) il 21 luglio 1914
  • Rosario (Saro) nato a Giarre (Ct) il 24 luglio 1915
  • Rosaria (Sara) nata a Giarre (Ct) il 3 aprile 1922

Maria muore prematuramente a causa di una setticemia il 7.12.1934 lasciandolo vedovo e con i figli in ancor giovane età.

Poco dopo la morte della moglie, si trasferisce con i figli a Catania, per curare meglio gli interessi della sua attività professionale.

Si sposa, in seconde nozze, nel 1947 con Agatina Paternò del Toscano fu Michele, vedova Caponnetto.

Negli anni quaranta e cinquanta la sua vita è allietata dalla nascita dei nipoti:

  • Giuseppe ed Antonio Patanè dalla figlia Francesca (“zia Ciccina”),
  • Antonio (autore di queste note biografiche) e Gabriele dal figlio Saro, e
  • Caterina e Vito Litrico dalla figlia (Sara).
  • L’ambientazione storica – gli Studi – l’Insegnamento – la Carriera

Quando viene al mondo il piccolo Antonio (è il 27 febbraio 1875), Guglielmo Marconi aveva appena compiuto 1 anno, Enrico Caruso ne aveva compiuti due, da soli quattro anni Giuseppe Verdi aveva rappresentato (trionfalmente) l’Aida al Cairo, e Giovanni Verga aveva appena pubblicato il suo romanzo “Tigre Reale”.

Nato appena 14 anni dopo l’unificazione politica del Paese con la proclamazione del Regno d’Italia (27 marzo 1861), il neonato Antonio sembra proprio portare fortuna alla neonata Nazione: è infatti del 1876 (Antonio ha solo 1 anno) il raggiungimento del pareggio del bilancio statale, sotto lo statista Quintino Sella !

Ed ancora: la legge Coppino nel 1879 rende per la prima volta obbligatoria l’istruzione elementare (Antonio ha appena 4 anni), mentre l’anno dopo, nel 1880, viene abolita la tanto impopolare “tassa sul macinato”.

E’ del 1882 (Antonio ha 7 anni) il primo, timido e limitato “allargamento” del diritto di voto per i cittadini maschi, purché in possesso di determinati requisiti (mentre in Inghilterra già nel 1869 le donne potevano votare per i rinnovi dei Consigli Comunali, e nel 1880 per il rinnovo delle Contee, ma non ancora per il rinnovo del Parlamento).

Nel 1887 (Antonio compie 12 anni) l’Italia applaude ancora con enorme entusiasmo Giuseppe Verdi che trionfa a Milano con l’Otello.

E’ ancora un nuovo trionfo per il Maestro Verdi – siamo nel 1893, e Antonio compie 18 anni – con Falstaff.

Poiché in un documento autografo riguardante la descrizione ed il preventivo di spesa per il monumento funebre per l’industriale Cav. Alfio Giuffrida (da erigersi nel Cimitero di Giarre), datato 30 giugno 1929, il prof. Antonio parla già “di 32 anni di onorata attività professionale”, si deduce che gli albori della sua carriera artistica si pongono attorno al 1897, quando cioè aveva solo 22 anni.

Nel decennio precedente, i governi del Paese avevano sostenuto la nascita e l’evoluzione di un promettente settore economico che si veniva sviluppando ed affermando soprattutto nel nord Italia: quello dei grandi complessi industriali (nel 1884 nasce la Società Edison, nel 1887 le Acciaierie Terni, nel 1888 la Società Montecatini, nel 1899 nascerà la Fiat, ecc.), accompagnato da una altrettanto rapida crescita di infrastrutture stradali e ferroviarie e dei commerci marittimi.    

Per favorire la nuova ricchezza del Paese la classe politica al potere nel 1887, adottava ampie misure di “protezionismo industriale”, provocando però immediate ritorsioni internazionali con il boicottaggio del commercio dei prodotti agricoli italiani.

La situazione portava inevitabilmente ad esasperare le condizioni di estremo disagio e di povertà di quelle popolazioni, concentrate soprattutto nel mezzogiorno, che avevano nell’agricoltura l’unica opportunità e fonte di reddito.

Aveva così inizio la famosa “questione meridionale” (ancora oggi non del tutto risolta) all’interno della quale Antonio avrebbe dovuto barcamenarsi per potere emergere nella vita.

Così l’Italia dell’epoca vede, assieme alla nascita del Partito Socialista Italiano (1892) favorito dalle concentrazioni delle grandi organizzazioni operaie nelle zone industriali del nord, materializzarsi l’insoddisfazione ed il malcontento delle popolazioni del sud, per lo stato di estrema precarietà, con la nascita dei Fasci Siciliani (1892-1893).

Ma è il mezzogiorno d’Italia ad avere le conseguenze più devastanti, costretto a subire quella violenta repressione che il secondo Gabinetto Crispi compie nel 1894, ponendo in stato d’assedio la Sicilia (assieme alla dichiarazione di illegalità del PSI).  

Frattanto solo un anno prima di questi drammatici eventi, in altre parti d’Europa si compiono opere di eccezionale valore tecnico e di fondamentale importanza per lo sviluppo delle economie e dei commerci: è infatti del 1893 l’inaugurazione dell’istmo di Corinto.

Così, nella sua prima giovinezza Antonio (non ha ancora 20 anni), dopo un felice avvio della vicenda italiana, è testimone di questi eventi che risulteranno importanti per le scelte della sua vita professionale e personale.

Le cose migliorano con l’avvento dei governi Giolitti (1901-1914) che rinnegano i metodi repressivi di Crispi, e promuovono nuove realizzazioni quali il traforo del Sempione e la realizzazione dell’acquedotto pugliese, insediano il Commissariato per l’Emigrazione, riescono ad ottenere, per la seconda volta dall’unità di Italia il pareggio del bilancio statale, pur continuando a manifestare scarso interesse per la questione meridionale.

In quegli anni, nel Paese, presentano un fascino particolarmente stimolante le arti in genere e quelle teatrali e letterarie in particolare, specie se innovative e coraggiose: nel 1901 Eleonora Duse recita la “sua” “Francesca da Rimini”; il 25 maggio 1902 esce la prima edizione del “Pinocchio” di Collodi; nel 1904 Luigi Pirandello, al culmine della sua maturità artistica pubblica “Il fu Mattia Pascal” ecc…

E’ del 1902 la realizzazione dell’altare della Madonna delle Grazie (nella chiesetta omonima in Giarre) dove il ventisettenne Antonio firma due bassorilievi in marmo con figure policrome rappresentanti rispettivamente nella formella di sinistra l’incontro della Madonna con Elisabetta, e, in quella di destra, l’Annunciazione dell’Angelo alla Madonna; (purtroppo il 2 luglio 2003 la chiesetta e l’altare subiscono gravi danni a causa di un incendio provocato da un cero lasciato acceso durante la chiusura). 

Probabilmente affascinato da questo esplodere di interesse per l’Arte, in un orizzonte lavorativo che non gli lasciava intravedere sbocchi in direzioni diverse, Antonio, a 28 anni, sostenuto dalla sua famiglia, completa la sua formazione coronando “con lodevole profitto” gli studi della seconda sezione del Regio Istituto di Belle Arti di Napoli dove frequenta con “molta diligenza” il corso di Scultura (come risulta da un attestato della stessa scuola del 2 luglio 1903).

Partecipa (senza esito) al concorso per il posto di Professore di Decorazione bandito dal Museo Artistico Industriale di Roma il 14 aprile 1904.

Nel febbraio 1906 presenta al Ministero della Pubblica Istruzione una istanza per l’affidamento dell’insegnamento di Disegno nelle Scuole Tecniche del Regno.

Nel gennaio 1907 (Antonio ha già 32 anni) viene autorizzato dal Provveditore agli Studi di Catania all’insegnamento gratuito del Disegno presso la II e III classe del Regio Ginnasio “Michele Amari” di Giarre “beninteso che tali lezioni … (omissis) … non dovranno turbare l’orario di quelle ordinarie, e saranno assolutamente facoltative”.

Il 27 febbraio 1908 (proprio nello stesso giorno in cui il prof. Antonio compie 33 anni), muore il padre Rosario: da quel momento in poi Antonio non volle mai più festeggiare la ricorrenza del suo compleanno.

Nell’aprile del 1909, nel corso di tale attività presso il “Michele Amari” di Giarre, viene chiamato all’insegnamento del Disegno presso la III classe della Regia Scuola Tecnica “Sammartino Pardo” di Catania, e viene inoltre autorizzato alla istruzione delle classi aggiunte, nella sede di Via dei Crociferi, per i profughi del terremoto di Messina (avvenuto all’alba del 28 dicembre 1908).

Intanto mentre l’Italia, nei primi anni del nuovo millennio, continua faticosamente ad “inventare” la sua identità, con le interminabili ondate migratorie delle sventurate popolazioni agricole del mezzogiorno verso le Americhe (dove esporta braccia, menti e cultura), e Giolitti, dal 1909 al 1912 invade Tripolitania, Cirenaica ed occupa le isole del Dodecanneso, appare già molto evoluta nel nord dell’Europa, e si afferma sempre di più, la sensibilità, in senso moderno, verso l’ecologia:  infatti il 24 maggio del 1909 la Svezia effettua l’inaugurazione del primo parco naturalistico europeo.    

Nel mese di aprile 1909, il prof. Antonio, a 34 anni, partecipa al concorso per una fontana pubblica da collocare nella piazza Mons. Alessi di Giarre, e, nel mese di agosto dello stesso anno, il suo bozzetto, particolarmente audace, viene proclamato vincitore.  

La costruzione e l’inaugurazione della fontana avviene alcuni anni più tardi: la data di riferimento non è certa in quanto, mentre il libro del Prof. Gaetano Papa “Giarre racconta: nostalgie di mezzo secolo (1900-1945)”, edito nel 1987, parla di inaugurazione avvenuta durante l’amministrazione della Giunta presieduta dal sindaco avv. Orazio Trombetta (1914-1920), una minuta autografa di una lettera del figlio Rosario De Francesco, parla della pubblicazione sul settimanale “La Domenica del Corriere” del 17 novembre 1912 (giornale rinvenuto presso la Biblioteca Nazionale di Roma) “della riproduzione della fontana che sorgeva in piazza Giuseppe Alessi a Giarre”.

E’ appena da rimarcare come sul settimanale “La Domenica del Corriere” trovassero ospitalità solo eventi di cronaca di particolare risonanza o gravità (come, ad esempio, l’affondamento del Titanic, nella sua sfortunata crociera inaugurale del 14 aprile 1912).

Inoltre, sempre nella stessa minuta, si parla del ricordo di un altro settimanale – di cui non veniva rammentato il nome – che riproduceva in prima pagina la fontana nel giorno dell’inaugurazione, e dell’orgoglio e della soddisfazione del prof. Antonio per avere ottenuto un tale “lancio pubblicitario” in tempi in cui la circolazione delle notizie era tutt’altro che agevole.

La fontana viene vista ed ammirata sul suo posto di origine fino a circa il 1935, come testimonia in una corrispondenza del 14 aprile 2003 il Prof. Francesco Sciacca, già Preside del Liceo Amari e mio padrino di Cresima, quando viene “disarmata”, depauperata delle parti in bronzo, e spostata nella Villa Margherita, all’estremo nord di Giarre, per dar posto all’attuale Monumento ai Caduti in Piazza Alessi.

In ogni caso le evidenti differenze tra la figura plasticamente dinamica della Sirena Domatrice, così come appare nel bozzetto vincitore della gara, e la realizzazione pratica della fusione in bronzo, che nelle foto dell’epoca appare piuttosto statica e rigidamente compatta, danno ragione delle lunghe dispute intercorse tra l’Artista e lo stabilimento di fusione (Fonderie Artistiche di Napoli?) che aveva ricevuto la commessa realizzativa.

… ma è cosa ormai nota che le straordinarie abilità ed i segreti dei maestri di fusione in bronzo del passato (basti pensare al Colosso di Rodi, probabilmente alto più di venti metri e, forse, fuso in un pezzo unico) erano ormai andati perduti per sempre …   

In una lettera del 1° luglio 1911 le “Fonderie Artistiche Riunite I. Chiurazzi & Fils S. De Angelis & Fila” dello Stabilimento Industriale Regio Albergo dei Poveri di Napoli, gli chiedono se, nella fusione in bronzo da effettuarsi dal modello di “monumentino” a Garibaldi da lui spedito, devono essere eliminate o no due piccole tacche presenti sul bavero destro della camicia.   

Da alcune lettere (24 aprile e 28 agosto 1912) della corrispondenza epistolare tenuta con il cugino Mariano Scripilliti e con l’amico “Ciccio” Finocchiaro, emigrati da Giarre a San Paolo del Brasile in cerca di fortuna, si viene a conoscere del suo acuto rimpianto per la perdita della madre Francesca (avvenuta nell’ottobre del 1911), del corteggiamento alla futura moglie Maria Grasso (vedova Rapisarda), e dello sforzo (riuscito) del cugino per dissuaderlo dalla tentazione di andare a cercare fortuna (anch’egli, dopo i suoi amici di Giarre) in Brasile, essendo disoccupato o meglio con un’impiego “senza soddisfazione morale ma soprattutto materiale”.    

Una lettera del 29 agosto 1912 inviata dagli amministratori delegati della Società Anonima per Azioni “Fonderie Artistiche Riunite I. Chiurazzi & Fils S. De Angelis & Fila” dallo Stabilimento Industriale Regio Albergo dei Poveri di Napoli, gli comunica la spedizione di una statua in bronzo “eseguita per suo ordine” specificando le modalità per il saldo del conto.

Una lettera del 28 settembre 1912 certifica i suoi rapporti con la fonderia artistica dello Studio Umberto Marcellini (Via Costantinopoli, 8 – Napoli), la quale operava fusioni in bronzo di alcuni suoi lavori.

Nel 1912 il governo Giolitti allarga il diritto di voto a tutti i maschi con almeno 30 anni di età, ed a quelli con almeno 21 anni di età in possesso di determinati requisiti.

Il Prof. Antonio presta servizio, per gli anni scolastici 1913-14 e 1914-15 nella Regia Scuola popolare operaia per Arti e Mestieri “Edoardo Pantano” di Giarre, in qualità di Incaricato per l’insegnamento del Disegno di Ornato, Calligrafia e Plastica, e per l’anno scolastico 1915-16 in qualità di Supplente per la stessa materia nella medesima scuola. 

E’ probabilmente a questo periodo che si riferisce il Prof. Francesco Sciacca quando mi scrive che durante l’insegnamento di Disegno in questo “corso statale magistrale”, che funzionò a Giarre per qualche anno, “fu sfornato un bel lotto di maestri e, soprattutto, di maestre: le famiglie colsero infatti l’occasione di far frequentare un corso di studio superiore e di immediata utilità alle loro figlie, restie com’erano a mandarle a studiare fuori Giarre”

Entra in rapporto di amicizia e di stima con l’avv. Orazio Trombetta (che diventerà sindaco di Giarre dall’agosto del 1914 al novembre del 1920, nel tumultuoso periodo del dopoguerra seguito al primo conflitto mondiale), condividendone le simpatie per la Massoneria.

Nel gennaio 1916 gli viene affidata anche la Supplenza per l’insegnamento del Disegno di Proiezioni presso la stessa scuola, da cui si dimette nel giugno del 1916.

Nel 1918, in Italia, il suffragio viene allargato a tutti i maschi maggiorenni (nello stesso anno, in Inghilterra, le donne acquisiscono il diritto di votare alle elezioni politiche, mentre negli U.S.A. questo avverrà solo due anni dopo, nel 1920, contemporaneamente all’esplosione dello scatenato, irriverente e travolgente ballo “Charleston”, che segna una svolta nell’evoluzione del costume americano e la fine dell’epoca proibizionistica ).

Nel 1921 il prof. Antonio acquista, a Catania, un immobile corredato di un ampio magazzino per il deposito dei marmi grezzi e per la loro lavorazione: lì stabilisce la sede della sua attività imprenditoriale fondando la Società “Marmi Greggi Segati e Lavorati – Prof. Antonio De Francesco”.

In quegli anni fornisce anche i semilavorati al fratello Salvatore, che aveva avviato, a Giarre, un laboratorio per la lavorazione dei marmi, così come ci ha personalmente ricordato l’11 luglio del 2003 il sig. Turi Giammuso, marmista in Giarre, che, all’epoca, ed all’età di soli sette anni (non ancora compiuti), aveva iniziato a lavorare come garzone presso il laboratorio di Salvatore De Francesco. 

A quell’epoca il trasporto delle lastre di marmo (con carri trainati da cavalli) da Catania a Giarre richiedeva un viaggio di due od anche di tre giorni!

3.     Le opere

La sua attività artistica trova espressione non solo nella creazione di tombe e monumenti sepolcrali in marmo (di cui curava dall’architettura complessiva ai dettagli ornamentali e decorativi, con statue, busti, medaglioni, ecc.) ma anche nella creazione di monumenti civili (fece scalpore, all’epoca, la fontana con la statua in bronzo della Sirena Domatrice, a torso nudo, che venne successivamente rimossa dalla sua sede originaria di piazza Mons. Alessi, e quindi fusa per ricavarne il bronzo utilizzato per il monumento ai Caduti), di bassorilievi ornamentali in marmo, di busti in bronzo od in marmo riproducenti le sembianze di personaggi pubblici (Garibaldi) o quelli di comuni committenti, di statue di vario genere e tipologia, di componenti architettoniche in marmo, di bozzetti, di studi di volti.

La sua attività imprenditoriale, tra gli altri risultati di rilievo, annovera l’aggiudicazione dell’appalto per la fornitura dei marmi utilizzati per il rivestimento del Palazzo di Giustizia di Catania.

Nel Cimitero di Giarre, per accogliere le spoglie della prima moglie e quindi quelle sue e dei suoi successori in linea primogenita, progetta e costruisce, verosimilmente nella seconda metà degli anni trenta, una Cappella gentilizia intestata:  Prof. A. De Francesco.

In questa Cappella, con slancio di sincera amicizia, accoglie nel 1948 la salma dell’avv. Trombetta, perseguitato e quindi morto in povertà dopo le sfortunate vicende politiche di cui era stato protagonista, e della di lui moglie. 

Purtroppo non è stato ancora possibile individuare un elenco completo di opere: di certo si sa, dai suoi epistolari, che la sua attività artistica si svolse principalmente tra Giarre, Riposto, alcuni Comuni della cintura etnea, Ali Terme (Me) assiduamente frequentata per le cure termali, Catania, e Napoli.  

Qui di seguito si citano alcune opere di cui si ha riferimento specifico in documenti, atti, e lettere dei suoi vari carteggi.

Con un contratto pubblico del 21 maggio 1932, (registrato a Catania il 25.02.1932 al n. 8652) il Genio Civile di Catania gli affida, nell’ambito dei finanziamenti per la ricostruzione a seguito dell’eruzione dell’Etna del novembre 1928, il lavoro per la costruzione di un altare nella Chiesa del Cimitero di Mascali Nuovo contrada Curzolo, nonché la fornitura di “una lastra di marmo dello spessore di cm. 4 per la sala anatomica dello stesso cimitero delle dimensioni utili di m. 2,20 x 1,00”    

Con un contratto privato in data 2 giugno 1932 gli viene affidato dal Sig. Leonardo Cipriano l’incarico di eseguire un monumento funebre in marmo bianco per la tomba che lo stesso committente aveva comprato per sé, per la propria moglie Rosa De Vita e per il proprio figlio Carmelo, nel Cimitero di Riposto (Ct).                

Il documento, oltre a descrivere l’opera (che prevede tra l’altro, la scultura in un unico pezzo di marmo bianco di Carrara della figura del Redentore) dichiara che una copia del progetto originale esecutivo, in scala 1:10, viene depositata presso l’Ufficio Tecnico del Palazzo di Città di Riposto.    

In una scrittura privata indirizzata a Sua Eccellenza l’Arcivescovo Monsignor Carmelo Patanè, Presidente la commissione artistica nell’Archidiocesi di Catania, egli, riferendosi ad un “progettino” per una erigenda Balaustrata nella Chiesa di San Cosimo in Catania, evidenzia che il sistema di architetture previsto è raccordato all’ordine ionico interno alla Chiesa.

Il progetto doveva probabilmente mostrare due tipologie alternative di balaustrata (lato destro con tre pilastrini, diverso dal lato sinistro che ne presentava quattro) con due sagomature diverse dei pilastrini, per dare agio alla commissione di fare la scelta migliore. 

Infatti egli raccomanda alla commissione di optare per il lato sinistro della balaustrata in progetto perché sorretta da quattro pilastrini (da pilastro a pilastro), mentre il lato destro, con soli tre pilastrini (da pilastro a pilastro), appare – per il progettista – piuttosto carente di solidità.  

Durante il periodo bellico della seconda guerra mondiale, lo troviamo sfollato a Macchia (Ct) assieme alla figlia minore Sara.

Nel 1945, a guerra finita, associa alla sua azienda il figlio Rosario, rientrato fortunosamente a Catania dopo una drammatica e sventurata campagna di guerra in Dalmazia e Croazia.

Nello stesso anno, l’Italia, penultima tra tutti i Paesi Europei, allarga il suffragio universale anche alle donne (il Belgio lo farà l’anno seguente).

Grazie al boom edilizio dovuto alla ricostruzione del dopoguerra, alla attenta gestione degli affari (diventa famosa la sua inflessibilità nel vendere solo “per contanti”), ed alla istintiva simpatia che sa suscitare nei suoi clienti (dai quali viene molto stimato e benvoluto),  l’azienda trova una nuova e più solida prosperità.

Durante il periodo più produttivo della sua attività di imprenditore (nella quale cura sempre in prima persona la scelta e l’approvvigionamento dei marmi, le relazioni pubbliche, e, ove richiesto, naturalmente anche la parte artistica) si affida alla collaborazione commerciale ed amministrativa del cognato Pasqualino Grasso. 

Nel novembre 1950, a seguito della tragica morte di quest’ultimo (travolto ed ucciso per la strada da un autocarro in manovra), accoglie in azienda il nipote Sebastiano (Juzzo) Grasso, figlio di Pasqualino, già promettente studente di ingegneria presso l’Università di Padova.

Quando, dopo qualche anno, Juzzo si laurea ingegnere ed intraprende una propria strada professionale, gli subentra in azienda la sorella Dott.ssa Sara (Sarina) Grasso, che affiancherà, in seguito, la sua attività di insegnante a quella in azienda, sino alla sua chiusura avvenuta nel 1963.

Muore a Catania il 12 marzo 1963, all’età di 88 anni, nella casa della seconda moglie, in Via Passo di Aci n.100.

Tre mesi dopo (il 3 giugno 1963), a Roma, moriva Giovanni XXIII° (Papa Roncalli).

4. L’uomo    

Fin da giovane Antonio era stato un grande appassionato di musica lirica.

Quando poteva non mancava di assistere alle rappresentazioni di opere liriche al Teatro Massimo di Catania.

Inoltre adorava sentire le esibizioni al pianoforte della nipotina Sarina Grasso (con buona pace degli astanti …)

Per il Prof. Antonio, come per molti della media borghesia catanese, era divenuta una simpatica consuetudine quella di andare, le sere d’estate,  a “prendere il fresco” con tutta la famiglia alla Villa Bellini di Catania, dove, prese in affitto le sedie da botteganti appositamente stazionanti nel piazzale grande, si formavano, con queste, grandi cerchi sia per chiacchierare e scambiarsi i fatti del giorno, sia per allacciare nuove amicizie (… una specie di “struscio” seduto), sia per ascoltare le esibizioni delle bande e delle orchestre che si esibivano sotto appositi padiglioni all’aperto.

Una volta un amico e coetaneo del nonno, tale Pappalardo proprietario di una avviata Tabaccheria nella (allora) centralissima Via Etnea, per fare cosa gradita al Prof. Antonio, alla fine del “rito del fresco” invitò lui e tutta la truppa di parenti presenti in Villa (tra cui il nipotino Juzzo Grasso che mi ha riportato l’episodio) a casa propria per sentire una esibizione notturna al pianoforte della propria figliola …

… e non fu consentito neppure ai più piccoli di potere godere del meritato riposo se non alla fine dell’interminabile e sconfinato repertorio …

Il nonno però sembra esserne venuto fuori particolarmente gratificato!   

In un altro momento inedito della sua vita vediamo il Prof. Antonio, uomo di gesti solenni e di incedere misurato (la carriera di insegnante prima e l’attività artistica dopo avevano lasciato evidentemente un segno nel suo modo di fare), istruire figli e nipoti con precise disposizioni per la costruzione del tradizionale Presepio natalizio, con gli immancabili mandarini come guarnizione della volta celeste, i ruscelli di carta stagnola (infatti si era ormai riconosciuto che non era vero che con la carta stagnola si potessero “riscattare” i negretti d’Africa), il sughero per la grotta della Natività, il muschio e gli arbusti per le siepi ecc.

Il nonno poi si era sempre assunto il compito di ingaggiare “u ciarameddaru” per fargli fare una suonatina in notturna davanti al Presepio, nella novena precedente il Natale, alla luce delle candele, non mancando mai di presenziare alla cerimonia.

Una volta, nel bel mezzo del rito, le siepi, rinsecchite, vanno improvvisamente a fuoco, gettando nella costernazione e nel panico tutti i presenti.

Ed ecco che il Prof. Antonio, senza rinunciare alla tradizionale flemma, con un “colpo di secchio d’acqua” riporta alla normalità la situazione, redarguendo il suonatore perché si era interrotto … 

Il Prof. Antonio amava andare a caccia.

Passu Pisciaru era la sua zona preferita, ma, dopo avere acquistato un piccolo possedimento nella Piana di Catania, non disdegnava di andare a caccia in quella zona, oppure al lago di Pergusa, dove qualche volta cacciava le folaghe in compagnia del figlio Rosario.

Non gli riusciva di avere simpatie per la burocrazia: il figlio Rosario, avvocato, prima funzionario e poi dirigente del Ministero dei Lavori Pubblici, non riuscì mai a scrollarsi di dosso il nomignolo che il padre gli aveva affettuosamente cucito addosso: “sucainchiostru”!  

Il suo carattere?  

Certamente autoritario, uso com’era a comandare in azienda ad operai e ad impiegati  (parenti e non)  ed a farsi carico in prima persona di tutti i problemi …

Rude e bizzarro talvolta (o meglio “curiusu” come me lo definiva la nipote Francesca, figlia del fratello Salvatore, in un commovente incontro del 13 luglio 2003, a Giarre): una volta tirò addosso ad un manovale un intero cestino di fichi che il malcapitato gli aveva portato perché facesse colazione la mattina … ma era troppo …  tardi a quell’ora!

Sicuramente anche orgoglioso, per la consapevolezza di essersi “fatto da sé” in un’epoca di straordinarie rivoluzioni e difficoltà sociali:  non aveva verso i propri fratelli Nunzio (che aveva fatto lavorare presso di sé a Catania per un certo periodo) e Salvatore (con il suo laboratorio di marmi a Giarre) la stessa attenzione e sollecitudine che dimostrava verso altri familiari, forse perché colpevoli, ai suoi occhi, di non essere stati capaci di elevarsi socialmente ed economicamente come aveva saputo fare lui.

Aveva anche imposto ai figli ed alle loro famiglie una specie di “veto” a frequentare questi parenti (ricordo ancora con quanta aria di mistero mia madre, veneta di origine, e ribelle a questo tipo di imposizioni – di nascosto da mio padre – e con me appresso, si recava talvolta a fare visita a “zio Nunzio” ed alle sue figliole che abitavano a Catania nello stesso stabile dove vivevamo noi, ma in una situazione di evidente precarietà …) 

Quanto a “zio Salvatore” questo non l’ho mai conosciuto anche perché, abitando a Giarre, era particolarmente lontano e pressoché impossibile da raggiungere!

Solo 54 anni dopo la sua morte ho saputo dalla figlia Francesca – rintracciata del tutto fortuitamente grazie al Sig. Turi Giammuso – che Salvatore, per fronteggiare le spese per le cure di una lunga malattia che in quattro anni doveva portarlo a morte, si era ridotto in rovina … né il negozio di merceria della moglie Concetta Platania detta “a puntinara” per la sua abilità nell’arte del cucito, era mai bastato a migliorare le sorti della famiglia.

Ma anche generoso.

Il Prof. Francesco Sciacca mi scriveva di un episodio che mio padre non mi aveva mai raccontato.

Quando la famiglia di Giovanni Colussi, amico d’infanzia di mio padre e di Francesco Sciacca, vinto il concorso per entrare all’Accademia di Modena, si trovò in difficoltà per pagarne la retta per la relativa frequenza, fu il nonno Antonio ad anticipare i soldi (che gli furono poi rimborsati dal Sottotenente Giovanni dal suo primo stipendio in poi) !

I tragici eventi di Cefalonia e Coo dovevano in seguito spezzare per sempre la vita ed il calore dell’amicizia di Giovanni Colussi.

E pure un po’ burlone.

E’ il Prof. Francesco Sciacca che racconta.

Una sera, alla stazione ferroviaria di Catania, Francesco (allora studente universitario o appena laureato) si incontra con il Prof. Antonio, che si trovava in compagnia di due suoi amici giarresi coetanei, nell’attesa di prendere il treno per Giarre (l’episodio risale alla fine degli anni trenta, quando il nonno si avviava verso la sessantina) .

Arrivato il treno e trovato uno scompartimento di II classe vuoto, la allegra brigata se ne impadronisce ed Antonio, dopo avere assegnato i posti (ai quattro angoli) propone, per quella serata, di nominare ciascuno di loro come uno dei quattro evangelisti, dedicandosi quindi, subito sopravanzato da tutti gli altri, alla gara di chi le “sparava più grosse” …!    

Per il giovane Francesco fu un’esperienza esilarante, tanto più che la differenza di età con i tre “senatori” compagni di viaggio, non era proprio trascurabile ….

Ed anche leale.

E’ sempre il Prof. Francesco Sciacca che racconta.

Una volta, durante una battuta di caccia, il nonno, che era un discreto cacciatore, sparò ad un uccello che volava fuori tiro, molto più in alto della portata della sua rosa di tiro.

La cilecca fu inevitabile.

Ma ecco che immediatamente dopo si sente un altro colpo secco e si vede l’uccello cadere giù in picchiata colpito a morte!

Il nonno uscì subito fuori dalla sua postazione per vedere chi aveva sparato gridando:”Cu fici cascari st’aceddu è u megghiu cacciatori du munnu (Chi ha fatto cadere quest’uccello è il miglior cacciatore del mondo) “ !

Quando vide il cacciatore restò allibito e quasi non voleva credere ai suoi occhi: era il suo giovane barbiere!!!     (Si chiamava Giovannino, ed era lo zio di Francesco Sciacca, e raccontò sempre con immensa gratificazione questo episodio).

5. Nonno Antonio nei ricordi personali.

I miei ricordi personali cominciano nel 1947 quando, all’età di tre anni, andai ad abitare con mio padre Rosario De Francesco e mia madre Dora Caputo, a Catania, in Via De Branca 8.

Il nonno Antonio si era già sposato in seconde nozze con Agatina (Tina) Paternò del Toscano ed era andato a vivere nella casa della moglie in Via Passo di Aci n.100.

Tuttavia, occupandosi ancora attivamente della Società da lui costituita, spesso lavorava tutto il giorno trattenendosi fino a tardi presso gli uffici ed il deposito marmi di Via De Branca n.10.

Forte ed autoritario in pubblico e con i suoi figli, con me, nei nostri incontri a due diventava tenero e simpatico (purché non ci fosse nessuno nei paraggi).

Avevamo inventato un gioco che consisteva, con qualche insignificante variante, in questo: io lo andavo a trovare, quando calava il buio, nella penombra del suo ufficio deserto al pianoterra (scendendo dal primo piano, dove abitavo con i miei) e, senza farmi sentire gli capitavo davanti all’improvviso dicendo a voce alta “buuuuu…!!!” per divertirmi alla sua espressione tra sorpresa e spaventata…!   

… Ma il nonno, in realtà mi sentiva arrivare e fingeva semplicemente di non accorgersene: quindi un attimo prima che io gli facessi “buuuuu !!!” lui all’improvviso si girava verso di me e mi faceva: “Flippilipiuuu” con una intonazione canterina che ho ancora nelle orecchie …!

In pratica nessuno dei due è mai riuscito a morire di infarto per la paura, ma abbiamo sempre rischiato  molto per le risate che regolarmente ci prendevano in modo convulso!

Per me lui è rimasto sempre il nonno “Flippilipiuuu”.

Un rito che regolarmente il nonno non mancò mai di replicare nella giornata di Pasqua consisteva nello sparare a salve dal cortile del deposito marmi, a mezzodì, con la sua doppietta da caccia verso il cielo almeno un paio di colpi per salutare la resurrezione del Signore, prima di sederci tutti a consumare il “pranzo di Pasqua” con l’immancabile finale costituito dall’ “agnello pasquale” di marzapane. 

Non mi piaceva molto, invece, andare a trovare la “nonna” Tina nella sua casa-museo di Via Passo di Aci, per via del fatto che lì il nonno mi appariva completamente diverso da quando si trovava nel “suo” ambiente, nei “suoi” uffici della “sua” azienda; perdippiù io non potevo toccare nulla per paura di arrecare irreparabili danni …. agli arredi ed alle preziose suppellettili di casa, e compromettere così i buoni rapporti parentali !  

Una eccezione fu per me la visita che con tutta la mia famiglia gli facemmo il 27 febbraio 1955: si andava a festeggiare l’80° compleanno del nonno. Chissà che mangiate di dolci!

C’erano tutti, proprio tutti: i miei cuginetti, i miei zii, naturalmente “nonna Tina”, suo figlio Simone ecc. si preparava proprio una festa con i fiocchi !

Il nonno però, pur accettando i festeggiamenti sembrava triste.  Io non capivo.  

Prima di spegnere le candeline sulla torta volle leggere un discorso (era la prima volta che gli sentivo leggere un discorso importante).    Alla fine tutti avevano gli occhi lucidi.      

Il nonno, per noi, aveva fatto una eccezione alla regola di non celebrare il suo compleanno che gli rammentava il giorno della morte di suo padre.

Noi bambini mangiammo tutto lo stesso.   

Il testo di quel discorso, vergato di pugno del nonno, è tra le carte che mi ha lasciato mio padre.

Il mio passatempo preferito era stare al balcone della casa di Via De Branca n.8, che si affacciava sul cortile interno del deposito di marmi, punto di arrivo dei carri (trainati da cavalli) che trasportavano i carichi di marmo appena sbarcati dalla nave nel porto di Catania.

“Don Bottino” era il carrettiere più bravo, alto e grosso come una quercia.

Gli mancava l’indice della mano sinistra (mangiato da un cavallo – diceva lui).          

Apparteneva ad una “stirpe” di carrettieri e riusciva a scaricare le pesantissime lastre di marmo con l’abilità e la perizia di pochi, sotto la sorveglianza sempre preoccupata ed autoritaria del nonno …. ma se per caso una lastra si rompeva …. erano davvero guai seri (ed io preferivo scomparire dal balcone).

Don Angelo era un vecchietto (almeno così mi sembrava) che aiutava a scaricare le lastre di marmo dai carri, praticamente privo di ogni energia.  

Il nonno evidentemente lo teneva solo per aiutarlo economicamente e lo tenne fino a quando apparve chiaro che i rischi fisici che don Angelo correva erano di gran lunga superiori ai vantaggi economici che poteva garantirgli quell’ingrato lavoro di scaricatore.

Ho ancora nelle narici il profumo della “cera-vergine” che il nonno e gli operai spalmavano a caldo (con l’aiuto di un ferro da stiro a carbone) per la parte finale del lavoro di lucidatura dei marmi (il lavoro precedente di spianatura veniva fatto con acqua, silice finissima, un pezzo di marmo da strofinare sopra e tanto, tanto … olio di gomito!)

Ma che risultato! Sulla lastra di marmo che appena qualche ora prima era grezza ed opaca, ci si poteva specchiare sopra senza nessuna difficoltà.

Con mio grande rammarico, invece, non potevo assistere, se non da lontano, alle operazione di scultura delle statue, perché il nonno aveva paura che potessi essere colpito dalle schegge di marmo che, specie sotto i colpi di sbozzatura, schizzavano di qua e di là in tutte le direzioni.   

Altro personaggio del deposito che mi restò particolarmente impresso era il signor Cannella, un collaboratore factotum, sedicente “cugino” del nonno, passato alla storia (ai miei occhi) perché riusciva a mangiare intere ceste di fichi d’india … con tutta la buccia e relative spine !!!

Questi erano gli uomini che collaboravano con mio nonno nella seconda metà degli anni quaranta!  

Quando (attorno ai quattro anni) mi ammalai seriamente per una forma di adenopatia polmonare fu ancora il nonno che provvide con la sua disponibilità ed i suoi mezzi finanziari a procurare a mio padre quegli antibiotici (all’epoca non era facile trovarli in Italia) che mi guarirono. 

Fu ancora lui che, quando mia madre mi spinse a fargli vedere i  miei “disegnini” di bimbo per riceverne i complimenti, si  mostrò con me alquanto burbero, dicendomi che non era quello il modo di disegnare (io non conoscevo minimamente la sua attività di artista), e lasciandomi piuttosto perplesso e umiliato ….

Ma fu sempre lui che, qualche attimo dopo, trovò il tempo (rubandolo alla sua attività aziendale) di farmi capire, con garbo e pazienza, con quali tecniche si potesse riempire una zona del disegno con una campitura uniforme di colore (senza sgorbi o scarabocchi), “come” e con quali “trucchi” si potesse disegnare un corpo umano perfettamente in proporzione (tra una estremità e l’altra delle spalle deve potere entrare tre volte la larghezza della testa; l’altezza di un corpo in piedi deve essere sette volte e mezzo l’altezza del capo; e così via …).

Molto probabilmente la sua cultura artistica ed i suoi riferimenti di architettura affondavano le radici negli insegnamenti dei dieci libri “De Architectura” lasciati da Vitruvio (vissuto probabilmente all’età di Augusto), insuperato maestro di “Commodulatio” oltre che di “Simmetria” e di “Armonia” intese come basi per ogni tipo di realizzazione umana.

Ed in effetti il nonno aveva precorso i tempi del famoso “Modulor”, (che incuriosì anche Albert Einstein), e che fu brevettato e divulgato solo dopo il 1948 da un tale architetto svizzero Charles-Edouard Jeanneret, meglio noto con il nome d’arte di “Le Corbusier” !!!

Ancora oggi, a più di cinquanta anni di distanza, quei “suggerimenti” e quei trucchi mi sono rimasti, ben impressi nella memoria!  

Nell’estate del 2003, a seguito di alcuni lavori di ristrutturazione dei locali dell’ex deposito di marmi in Via De Branca 10, a Catania, ancora di proprietà della mia famiglia, sono stati rinvenuti vari sfridi delle lavorazioni delle lastre di marmo: uno di questi portava ancora impresso il vecchio marchio dell’azienda … e tutti i ricordi indelebilmente collegati !  

Amava molto la vita e, in una drammatica telefonata nel 1962, potei udire personalmente e distintamente, nella sua voce, tutto l’orrore e l’angoscia per un malore che gli aveva fatto rasentare la morte.

Il nonno doveva poi andarsene l’anno dopo.

6.     Conclusioni

Vissuto a cavallo di due secoli, il nonno Antonio sperimentò direttamente o indirettamente eventi storici di portata epocale.

Nella seconda metà dell’800 mentre l’Italia si avviava faticosamente a consolidare la sua democrazia, il nonno è testimone della nascita di innumerevoli scoperte ed invenzioni destinate a cambiare radicalmente la vita quotidiana, come la scoperta dell’elettricità, l’invenzione della lampadina elettrica, il tram elettrico, il telefono, il fonografo, la macchina da scrivere, quella da cucire, il motore a scoppio ecc.

Si intensifica drasticamente il fenomeno dell’emigrazione dal nostro Paese che passa dai circa 80.000 emigranti all’anno prima del 1985, alle 400.000-500.000 unità all’anno nel periodo dal 1985 al 1914 con una massa di ben 15 milioni di Italiani all’estero!

Questa dolente popolazione che emigra è composta per 2/3 da uomini e solo per 1/3 da donne, e proviene per il 55% dal sud e per il restante 45% dal nord Italia.

Con lo sconvolgimento degli equilibri familiari la struttura sociale del Paese si modifica e si “femminilizza”, in quanto, a gestire l’economia di sopravvivenza restano prevalentemente solo donne, bambini e vecchi, mentre l’allontanamento del marito dal nucleo familiare rende la donna molto esposta.

Nel secolo successivo, la cui cronaca è ormai diventata storia (v. il terremoto di Messina; le eruzioni dell’Etna; gli impulsi migratori verso il Nuovo  Mondo; la grande crisi di Wall Street del 1929 che gettò in ginocchio l’economia americana; la prima e la seconda guerra mondiale; il boom economico – tutto italiano – degli anni ’50 e ‘60), il nonno Antonio, raggiunta la piena maturità, dovette ben presto imparare a cavarsela da solo, in una Società che emarginava senza riguardo i deboli ed i poveri, dove prepotenza, violenza e sopraffazione erano a volte considerati dei “valori”, dove la sofferenza di intere classi sociali veniva osservata dalla classe politica con indifferenza e fastidio, dove alla donna, pur fondamentale nel suo ruolo sociale, non erano ancora riconosciuti i diritti individuali, ed appariva ancora lontana l’emancipazione socio-culturale dei nostri giorni.

Dovette farsi strada da solo per affermarsi artisticamente ed economicamente e probabilmente fu anche per questo che si sposò piuttosto avanti negli anni.

Dal suo epistolario si denota una grandissima tenerezza verso la prima moglie ed i figli, un elevatissimo senso etico del lavoro e del proprio impegno sociale, un senso di intolleranza diffusa verso l’ideologia imposta, nel “deprecato ventennio”, dal “figlio del fabbro” (come ironicamente egli definiva, nella cerchia degli intimi, il capo del governo fascista).

Dietro la ruvidità dell’uomo “tutto di un pezzo”, che si era fatto da sé, emergeva però prepotente l’intelligenza vivace e ammiccante, il carattere forte e autoritario, ed un temperamento generoso, responsabile e volitivo.   

Bibliografia:

Questo elaborato è stato redatto in Roma, nei mesi di maggio e giugno 2002, e rivisto nel luglio 2003 e nell’ottobre 2017 dal nipote Ing. Antonio (Nuccio) De Francesco sulla base:

       di documenti autografi e fotografie ereditati dal padre Rosario, ed attualmente in suo possesso;

       di testimonianze dirette della compianta madre Dora Caputo;

       di testimonianze epistolari del compianto Prof. Francesco Sciacca, già Preside del Liceo Amari di Giarre, nonché padrino di Cresima dell’estensore di queste note;

       di testimonianze dirette rilasciate dal caro Sig. Turi Giammuso marmista in Giarre, oggi defunto;

       di testimonianze dirette della carissima pro-cugina Francesca, figlia di Salvatore De Francesco, oggi defunta;

       di ricordi personali;

       di testimonianze dirette dei cugini Dott. Vito (Tuccio) Litrico, e Dott. Antonio (Nuccio) Patanè, residenti in Catania, e Ing. Sebastiano (Juzzo) Grasso (oggi defunto) già residente in Bergamo, che si sono tutti impegnati con entusiasmo nella ricostruzione degli avvenimenti qui riportati;

       di documentazione fotografica archiviata sul sito Internet del Comune di Giarre;

       di notizie storiche pubblicate sul “Dizionario Enciclopedico Italiano” edito da     Treccani;

       di ricostruzioni storiografiche tratte da trasmissioni televisive Rai Educational.

Ing. Antonio De Francesco

One thought on “A giorni il nuovo bando del IV Premio di Letteratura “VITA VIA EST” dedicato alla memoria del Prof. Antonio De Francesco

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